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L'area grecanica e la minoranza linguistica

La Bovesìa, patria dei Greci di Calabria, coincide con il versante jonico meridionale e si estende lungo la vallata della fiumara dell’Amendolea, in provincia di Reggio Calabria.
Quest’area coinvolge i comuni di Bova, Bova Marina, Condofuri, Gallicianò, Roghudi Vecchio, Roghudi Nuovo, Africo Vecchio, Brancaleone, Melito Porto Salvo, Pentadattilo, Palizzi, Pietrapennata, Roccaforte del Greco, Bagaladi, San Lorenzo, Staiti e il quartiere di San Giorgio Extra della città di Reggio Calabria.


Radici Storiche
Le radici greche in Calabria sono antichissime: dalla Magna Grecia, a partire dall'VIII secolo a.C., per caratterizzarsi fortemente nel periodo Bizantino, a partire dal VI secolo con il Thema di Sicilia per ufficializzarsi definitivamente con il Ducato di Calabria nel X secolo. E ancora, con la progressiva perdita del Thema di Sicilia nel IX secolo l'Imperatore d'Oriente Basilio I riconosce Reggio come la Metropoli dei possessi bizantini dell'Italia meridionale.
Nel mondo Bizantino la spiritualità aveva un ruolo centrale e risalgono a quest’epoca la costruzione di numerosi monasteri in luoghi spesso isolati e inaccessibili. La più redditizia fonte di ricchezza era probabilmente la coltura del gelso, con rapporti commerciali particolarmente intesi soprattutto con la Sicilia Araba. Fra l’altro è da rintracciare in quest’epoca la tendenza allo spopolamento degli insediamenti dal mare alla montagna con la nascita di borghi arroccati tra le valli dell’Aspromonte.
Nell’XI secolo i Normanni intrapresero la progressiva conquista dei Themi Bizantini. Nel 1059 Roberto il Guiscardo assedia Reggio e bisogna attendere il 1071 con l’assedio di Bari per considerare definitivamente concluso il dominio politico dei Bizantini del Sud d’Italia, con il conseguente avvio del processo di latinizzazione sia del culto che della lingua.
Di seguito, nonostante l’avvicendarsi di dominatori di fede romana e la creazione di nuove diocesi, la latinizzazione trovò in Calabria una forte resistenza, tuttavia la cultura greca da dominante lentamente divenne subalterna. 
 

La lingua
La comunità grecanica calabrese è riconosciuta come una delle dodici minoranze linguistiche d’Italia, definita storica e tutelata dall'art. 2 della legge 482/1999 e, assieme a quella arbëreshë e Occitana, è una delle tre minoranze storico linguistiche Calabresi.
Fino al XV secolo quest’area della Calabria era principalmente greca e le comunità locali erano ellenofone le cui tracce si mantengono fino ad oggi con una presenza linguistica e culturale, soprattutto nella dimensione etno-antropologica. Bova, antica sede vescovile con rito Greco, fu l’ultima diocesi orientale a cadere nel 1572 anno in cui l'Arcivescovo Cipriota Stauriano impose il rito latino.
Le successive contingenze storiche e sociali accentuarono la subalternità e la marginalità di quest’area e, in seguito all’unità nazionale, la lingua entrò in crisi limitando la Calabria ellenofona all’attuale area grecanica. Nei secoli XIX e XX si aggiunsero le trasformazioni sociali ed economiche con la massiccia emigrazione e il progressivo spopolamento delle aree interne.
L’interesse di storici e filologi sulla lingua e sulla letteratura dialettale della prima metà del ’900, però, furono decisivi per la nascita di una nuova coscienza delle popolazioni locali sull’importanza e la forza del proprio patrimonio etno-antropologico e linguistico.
La lirica popolare grecanica era marcatamente pastorale e contadina, si ricordano i poeti come Bruno Casile di Bova (1923-1998), Mastr’Angelo Maesano di Roghudi Vecchio (1915-2000), Agostino Siviglia di Chorio di Roghudi (1934-2016) e Salvino Nucera di Chorio di Roghudi (1953).
L’area grecanica presenta un contesto socio-culturale unico nel panorama antropologico del mediterraneo, la Grecizzazione e la presenza Bizantina hanno lasciato un segno ancora tangibile e le caratteristiche del territorio le ha custodite esattamente come esposto dal prof. Domenico Minuto, la principale peculiarità risiede nell’aver preservato, nell’isolamento delle montagne, ciò che per secoli è stato patrimonio comune di gran parte della regione e del Sud Italia custodendo, ancora oggi, la testimonianza di un microcosmo culturale essenzialmente ellenofono.
 
   
Le tradizioni
Le tradizioni che nel corso dei secoli hanno caratterizzato l’area grecanica sono ancora oggi evidenti nei principali momenti della vita sociale, spesso connessi al ciclo della vita e alle ritualità dell’anno, nelle pratiche agro-pastorali, nella sfera spirituale e nelle credenze magico-religiose.
La cucina tradizionale è essenzialmente agro-pastorale comunque ricca di sapori. Prevale l’uso del grano con la produzione di pane, pitte e pasta. Fra le carni per l’allevamento, così come per il consumo, la capra, la pecora e il maiale mantengono un ruolo centrale, anche nella consuetudine dell’allevamento domestico. Il formaggio principe è il pecorino, le ricotte e le musulupe, formaggio fresco non salato modellato con delle formelle intagliate, le musulupare. Ottima e di qualità è anche la produzione di olio e di vino.
Inoltre quest’area si caratterizza anche per la presenza di un microclima unico al mondo che consente la coltura del bergamotto, con campi a ridosso delle fiumare e sulle colline, dal quale si estrae l'essenza base naturale della più raffinata produzione profumiera mondiale.
Tra i piatti tipici della cucina grecanica bisogna citare le pitte come la lestopitta (una pitta di acqua, farina senza sale non lievitata e fritta) e la pitta 'rrustuta (una pitta di farina, acqua e sale lievitata e arrostita al forno); tra le paste le cordelle, i maccarruni, i ricchi'e previti, i tagghiulinila curcudìa è invece una polenta con ciccioli di maiale ancora le ngute dolci tradizionali legati alla ritualità della Pasqua.
La musica e il canto tradizionale hanno da sempre costituito il divertimento esclusivo di quest’area. Per citare l’Antropologo Ettore Castagna, la festa e la danza tradizionale sono due elementi indissolubili del mondo popolare greco-calabro. La musica e i suoi strumenti accompagnavano tutte le fasi del ciclo della vita e dell'anno: matrimoni, battesimi con canzoni e sonate a ballu, funerali con il lamento funebre, nonché le feste comandate: il Santo patrono, Natale, Capodanno, Pasqua, Carnevale. Nella società tradizionale le occasioni di ballo, sia domestico che pubblico, erano gli unici momenti in cui i giovani potevano guardarsi e aspirare a fare un giro di danza assieme. Danzare era un'occasione per mettere in mostra destrezza, abilità e fierezza negli uomini, garbo, portamento e femminilità per le donne. Danzare era un fatto sociale di grande rilevanza, una forma comunicativa adatta ad esprimere bisogni e stati d'animo più complessi e differenti. La stessa danza tradizionale era sacra nelle occasioni di festa religiosa per chiedere grazia, per mantenere un voto o per semplice devozione. Fra le varie testimonianze raccolte sul valore attribuito al ballo, altre riguardano il "saper ballare" inteso come ben figurare in occasioni pubbliche e private. Nonostante il ballo "pubblico" abbia subito una grossa crisi a partire dagli anni '60 per raggiungere un suo culmine nei primissimi anni 2000, tuttavia nelle occasioni di festa e nelle località più conservative culturalmente è ancora possibile assistere a momenti a ballu.